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Ricordi di mio padre e del dopoguerra.

 

Vorrei parlare un po di mio padre, era un uomo semplice e sensibile.

Gli piaceva raccontare storie e recitare poesie di autori vari o di sua fantasia, questo non l'ho mai saputo, poiché nulla ha lasciato scritto.

 

Mio padre si chiamava Angelo e mia madre Maria, questo ironicamente mi fa dire (tra me e me) ma io non sono mica Gesù Cristo!!

 

A noi bimbi, quando arrivava il Natale mio padre ci rassicurava in forma poetica dicendoci:

“La nostra casa è troppo lontana dal villaggio in mezzo al bosco”.

Così Babbo Natale non arrivava mai, in compenso qualche volta arrivava la befana, poiché noi mettevamo i calzini sopra i fili della cucina economica, e al mattino ci trovavamo dentro delle caramelle, qualche mandarino o della cioccolata recuperata dagli zii ritornati dalla Svizzera per le festività.

 

Fra le tante storie che lui ci raccontava , due mi sono rimaste impresse:

 

La prima racconta di un uccellino che dice alla sua mamma:

“Mamma ho visto un uccello immenso con le ali tese volare su e su come una freccia verso il sole, il suo canto era forte come il tuono!”

Ripensandoci ora queste poche righe esprimono tutta la speranza che tutti noi avevamo nel dopoguerra, per la scienza e il progresso, che purtroppo col tempo si è fortemente affievolita.

 

La seconda storiella è un quadro ideale di quel periodo, siamo sempre negli anni '40.

 

“Il treno partiva, il fumo ristagnava basso sugli alberi del viale, le corriere sollevavano la bianca polvere della strada in quel caldo pomeriggio d'estate.”

 

Io mi sentivo dentro questo quadro, respiravo quella polvere bianca e partivo a bordo di quel treno.

Sentivo il calore di quell'estate, io ero presente in quella strada bianca. Che bellezza.  

 

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