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Agostino Perale 

I personaggi di Luciano Piani

 

Sono entrato nello studio di Piani come un ladro: l’amico comune sapeva che c’erano le chiavi nella toppa, Luciano era lontano e uscendo dal suo studio aveva lasciato tutto così come stava: carte dipinte erano dovunque, su ogni ripiano, sul pavimento: spalancata la finestra sono entrati l’aria fresca e il sole a sconvolgere le carte: sono emersi una montagna di Vico Calabrò, il manifesto per la morte di Tono Zancanaro, il depliant per la mostra di Firenze per Kirchner, Grosze, March…

Per un momento, comunque: le carte dipinte tornano a coprire, a comporsi.

Penso che l’altare ligneo Tedesco sceso più a sud, sia quello arrivato a San Simon di Vallada, forse sulle orme ancora fresche di Dürer con il suo rigore scenico, la fermezza dei ritratti, la schiettezza delle linee; affacciato dalla montagna sul colorismo veneto. Luciano Piani lo ha visto, assorbito, riletto, meditato e riproposto forme e contenuti. La costruzione fantastica della donna nuda sul cavallino a dondolo, i ritratti irreali e fittissimi di contenuto, la novità di certi paesaggi, di un orto con le foglie gialle di granturco e sullo sfondo certi tetti rossi che sembrano addirittura più ucraini che nord-europei dicono e raccontano due momenti complementari nella formazione dell’ uomo-artista.

I personaggi (anche il paesaggio per chi non fa cartoline è personaggio) sentono quell’ alito continuo che conoscono solo coloro che abitano lungo le valli: alla mattina alita dal nord verso il mare, alla sera soffia in senso contrario: segni fermi, colori rigorosamente puliti, talora addirittura cupi, tirati con preziosa pazienza per essere successivamente fissati da una vernice timida ed opaca, vengono all’opera pittorica sulla vena pulita di un freschissimo vento del nord; qualche tocco opulento di verde, certi segni sinuosi che accompagnano i corpi nudi di donne sensuali e mediterranee forniscono argomenti per una composizione d’insieme che esige la massima attenzione, una indagine scrupolosa.

Mi sono domandato che cosa Luciano stia andando a cercare nelle figure, negli occhi spalancati nati da lunghi ghirigori di segni puliti, fili conduttori della ricerca; nei visi della gente povera, conosciuti di persona che vive di ricordi legati alla propria terra: senza eroismi, senza spavalderie, nemmeno quelle del dolore che continua a bussare alla porta. Tutta gente semplice, comune: nessuna donna esplode soltanto per la sua bellezza esteriore, bensì per i valori nutriti al di dentro e intimamente conservati per chi è degno di scoprirli e valutarli.

Le figure scavate, le occhiaie vuote hanno la plasticità di una esistenza ineludibile.

Osservo attentamente le donne di Piani talora unite assieme ad un concerto quasi mistico di presenze silenziose o dal sorriso di altre donne immerse, a loro volta, in un proprio mondo fantastico: esse non comunicano tra loro, ma con l’ambiente che le circonda e le parole dell’ una giungono all’altra dopo aver percorso lo spazio delle valli profonde, dopo essere rimbalzate di vetta in vetta: allora il dialogo si fa corale, addirittura fra quadri diversi-accostati o meno sulla stessa parete.

Talora, quando il quadro, il disegno hanno fermato il ritratto di una donna sola, il suo sguardo esce dallo spazio circoscritto, crea un dialogo con l’ambiente circostante, si impone come parte essenziale e attende una risposta. Sia che spazi oltre la cornice, sia che scruti l’osservatore quasi per porlo a disagio o, più di frequente, a suggerire un intima convivenza di bellezza.

Quando invece nell’ invenzione immaginaria del coro femminile, nel sogno trasognato si inserisce lo sguardo dell’ uomo, Piani lo figura come quello dei rozzi vecchioni, maliziosamente incantati sulla pelle timida e pura di Susanna.

Quando gli uomini di Piani, invece sono soli hanno la stessa intensità dettata dalla consapevolezza di esistere: uomini forti, pensosi, con le rughe del lavoro segnate sul volto, sulle mani ossute.

In ogni caso i personaggi di Piani non lasciano spazio alla distrazione, ma coinvolgono irrimediabilmente lo spettatore attento a ricomporre in termini reali l’immaginifica matassa di segni, di lunghissimi tratti sottili che si incontrano, si sovrappongono, si riannodano, si sviluppano in larghe volute, si restringono in strettissimi passaggi si concentrano fino allo spasmo, ancora si dissolvono, riprendono coscienza dello spazio, svaniscono nel dialogo fitto ed eterno della mai obliata presenza della montagna come destinataria di un racconto senza fine.

 

     

 

 

 

Carlo Munari            

Il “mondo distorto” di Luciano Piani

 

Ricordando una confessione fattami in anni lontani da Fiorenzo Tomea - “Noi della montagna vediamo il mondo distorto” – scrivevo un giorno che, al di là degli individui linguaggi, un tratto comune unifica idealmente un intero corso di pittura espresso dalla fascia nord-orientale delle Alpi: un’ottica che stravolge le connotazioni del reale, una insopprimibile tendenza al visionario. Questa specifica disposizione interiore insorge dal rapporto che l’artista intrattiene con il microcosmo sociale in cui è inserito e, insieme, con il paesaggio che lo circonda. Che intrattiene naturaliter, al di fuori cioè d’ogni calcolo intellettualistico come di ogni riflessione linguistica.

Accadde anche a Luciano Piani, naturaliter, tanto che mi par del tutto superfluo ricercare per lui paternità prossime o remote  (Murer o Zancanaro o gli espressionisti tedeschi). In effetti la tensione che ne sommuove l’immagine, ed anzi la sconvolge e talora l’attorce fino allo spasimo, consegue puntualmente ai suoi modi di recepire la realtà in cui è immesso i quali svariano dall’urlo di denuncia alla lamentazione della sconfitta e allo sgomento che occupa l’animo di fronte alla inesorabilità di una solitudine opprimente, di una prigionia senza redenzione.

Questo rilevamento avverte che Luciano Piani è artista, si, di messaggio sociale ma di messaggio non contaminato e men che meno strumentalizzato a priori da postulati ideologici. Di messaggio, insomma, tradotto in termini esclusivamente personali, idonei a riferire intorno alla sua Weltanshauung: partecipe di una condizione umana collettiva, l’artista è sollecitato a farla oggetto di una testimonianza a lui esclusiva.

La popolazione di volti e di nudi che gremisce sovente lo spazio in un concitato sistema di giustapposizioni o, a dir meglio, di incontri-scontri , financo di sovrapposizioni, si propone a guisa di una enciclopedia di tipologie simboliche, nel senso che ciascuna trattiene un male segreto, una tara oscura, il prorompere di una follia che risale nel sangue attraverso generazioni, tanto da comporre una sorta di inferno terrestre, nei confronti del quale però non la maledizione ma la pietà è chiamata a esercitarsi.

Il Monstrum che si insinua nella divisa umana appare infatti del tutto incolpevole. È una creatura notturna nutrita per via fatale da misteriose energie inconsce che si colloca al di la del bene e del male ed è costantemente esposta all’attentato dell’arrogante eroe solare, autoproclamatosi depositario del verbo della verità: un Minotauro prossimo al sacrificio che verrà consumato da un Teseo, lucido assassino di turno.

Il discorso di Luciano Piani è inquietante poiché denuda nuclei di realtà identificabili negli assetti sociali contemporanei nonostante, ripeto, la sua attenzione venga rivolta al suo particolare microcosmo e soltanto da esso riceva stimolazione creativa, soltanto in esso ritrovi una specifica calibratura d’immagine.

Da queste immagini tormentate – nelle quali la rabbia protestataria è commista ad una invocazione alla giustizia – Piani trapassa a una visione fondata su armonici, superiori equilibri nella serenità olimpica il più alto traguardo dello spirito. Gli aspetti del suo mondo alpino, allora, si distendono in pacatezza di ritmi di larga cadenza per celebrare la nobiltà del lavoro, la saggezza della cultura, la gioia nell’amore e nella procreazione.

Con queste opere – la cui intonazione per certi versi si accorda con talune sculture – l’artista non smentisce se stesso ma, piuttosto, si completa adombrando la possibile esistenza di un Eliso oltre i confini del dilacerante labirinto infernale: dai gorghi dell’angoscia si affranca un’affermazione di fiducia umanistica che risuona similmente a parola consolatoria. Resta da notare che, sul piano della Stimmung, queste opere trovano con le altre un nesso sotterraneo ma identificabile, rappresentato dalla temperie fabulistica di cui sono fasciate, da quell’assorto incantamento che le sottrae alla contingenza per deporle nella polla di cristallo della trasfigurazione poetica.

Il “mondo distorto” di cui parlava l’indimenticabile Tomea continua a sussistere come presenza attiva e stimolante nelle fibre più criptiche degli artisti pensosi del destino dell’uomo che consuma le proprie giornate all’ombra di queste rocce e di questi boschi. Per Luciano Piani quell’ uomo è sentito come un fratello: il fratello cui accompagnarsi in un percorso fitto di insidie e di minacce, di violenze e seducenti inganni, con la ferma speranza, tuttavia, di raggiungere il limpido mattino della rinascenza.

 

 

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