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Gino Barioli

La morale tormentata 

 

Il Luciano Piani è assai garbata e cortese persona. È, altresì, pittore non disimpegnato e complesso: si sposta in libertà di coscienza e di scrittura entro un suo cerchio magico che ha confini precisi nel voler figurare un certo bene contrapposto ad un certo male. Il che permette di credere in una sua morale tormentata e difficile che cerca di penetrare in più profondo che può al di là delle apparenze, appunto, del bello (il bene) e del brutto (il male).

È un gioco niente affatto semplice, è un esercizio non leggero che affronta persino il pericolosi un qualche tipo di sgradevolezza, di confusione o di eccesso espressionistico che, quand’è il caso, si sovrappone alla trama semplificante la quale, sempre, sostiene l’avviarsi del discorso, disegnativo o pittorico che sia, di Piani.

Sarebbe un gioco se si sostenesse su fatti o ricordi intellettualistici (e ve n’è, a partire dai Greci fino alle popolarizzanti alterazioni del nostro Cinquecento e a certe posizioni grafiche del Tiepolo e del Guardi), ma Piani non ti lascia intravedere ricordi o riesumazioni di cotal fatta, se mai li abbia avuti.

Le sue figure, tante o poche che siano, si offrono in libertà colme di un loro trasparente vero, impostate nell’essenziale di una forma che si accentua o “sottolinea” secondo un ritorno di significati omogenei e inevitabili perché prodotti di uno stile personale e, diremo, specifico.  

Gli basta per la sua analisi perfino impietosa del passato che riemerge nel quotidiano con il suo pesante fardello di compromessi, di ambiguità, di certezze banali.

Senza dubbio c’è pericolo di satira o, magari, di caricatura, se non fosse il riscatto permanente di un segno perentorio e dolce insieme, se echeggiasse le risonanze di un mondo naturale che Luciano Piani trasforma in un fatto sostanziale, inevitabile e spesso classico.  

 

Renzo Francescotti 

La poetica pittorica di Luciano Piani

 

Chi cercasse sulle tele o nella grafica di Luciano Piani il paesaggio, la natura, l’ambiente, gli animali o le cose è destinato a rimanere, almeno per ora, puntualmente deluso ciò che interessa a Pani, in tutte le sue forme, è la figura umana. Si dirà: tante grazie: l’uomo! Ma a pensarci un po’ dopo tutto, l’uomo occupa solo una piccola parte di questa vecchia terra, lasciando (per ora) la parte maggiore alle acque, alle montagne, alle campagne, ai deserti. Vero è però che gli uomini-termiti ogni giorno giorno di più costruiscono i loro termitai, divorando spazio e travolgendolo, inquinando la natura e se stessi.  Su questi animali divoratori, i più pericolosi per l’orbe e lo spazio Luciano Piani ha fin dall’inizio puntato il suo binocolo, usando uno strumento dalle lenti deformanti , che sono quelle dell’oculare, del punto di vista, della poetica e della “eltanschuung” espressionista. Logico che la pittura di Piani si concretizzasse nella grafica, poiché l’espressionismo è essenzialmente approccio alla realtà per linee deformanti, per coordinate allucinate, che sono le cicatrici e le deformazioni del nostro tempo, le piaghe e le contraddizioni che ogni uno di noi si porta dentro. C’è, a ostro avviso, nella grafica di Piani, un fondo “Luterano”: un “luteranesimo” che ha radici storiche, sopravvissuto a sanguinose repressioni, e che pure continua a vivere in qualche modo nella cerchia alpina, dai valdesi del Piemonte agli “hutteriti” dell’ Alto Adige, un fondo luterano che possiamo riconoscere in artisti alto atesini come Plattner o Winkler. Da questo fondo comune, riciclato dall’espressionismo tedesco, ci paiono di emergere immagini come i “prelati diabolici” di Piani, dove attraverso un groviglio di linee, coi ricordi dei processi alle streghe emerge inquietante il volto deforme e sempre attuale del potere.  Sono immagini traumatizzanti che scopriamo continuamente riproposte nel volto dei vecchi, una costante realistico-metaforica di Luciano Piani. Ma questi volti di vecchi si caricano via via di diversi significati : a volte,come abbiamo visto sono l’immagine terroristica del potere. Altre volte, più frequentemente, sono invece come i ceppi scavati di una civiltà montanara, di cui il nostro artista si sente erede e che tenta con i mezzi grafici di testimoniare.

È una visione del mondo severa, rigorosa, scavata in un passato apparentemente immobile, ma che vive drammaticamente la propria metamorfosi nell’ impatto con la civiltà tecnologica. Questi volti di vecchi montanari hanno un loro mistero ammonitore, una carica di pena che è comunque parte irrinunciabile della civiltà alpina, e, più in generale della civiltà delle montagne. Poi ci sono i volt dei vecchi ironici e irridenti, le figure grottesche in cui Piani ci pare raccolga le suggestioni “gibbose” della grafica di un Tono Zancanaro (veneto come lui) o di un segno caustico e ammiccante di un Mino Maccari. Talvolta il pittore di Alleghe assembla una miriade di volti senili maschili con figure di nudo femminile in una caotica fantasmagoria che ripropone il mito biblico di Susanna e i vecchioni, già fatto proprio dalla pittura rinascimentale e ora riproposto nella società di massa, nel caos della società dei consumi. Sono nudi di donne che hanno l’amara sensualità dei disegni di Grosz, la stessa carica di decomposizione e di morte, mentre i volti degli uomini precocemente senili sembrano irridere a tutti i miti di cui si nutre questo nostro tempo così disperato. Allora il ghigno caustico diventa una volontà di smitizzazione, l’ironia irridente diventa un modo di  difendersi dalle aggressioni della realtà. E Luciano Piani si rivela un artista che, come ci dice Pirandello, ha capito il giuoco, che non si presenta disarmato davanti alle suggestioni della realtà; ma non per questo si isola in una nicchia di indifferenza o cinismo: vive invece, pirandellamente la vita nel suo flusso quotidiano, nella volontà di vita o nell’ illusione di sopravvivenza che è più forte del “cuoio dissolvi” che ciascuno di noi si porta dentro. Ne vien fuori una sorte di religione laica, che se può avere, consciamente o no, radici “confessionali”, le ha però bruciate in un umanesimo tutto terrestre. In questo quadro, apparentemente contraddittorie appaiono le immagini femminili, nel bianco e nero o nel colore a olio, contemplate in una sensualità da frutto maturo, talvolta immerse in una “rêverie” carnale. Anche se la lezione grafica ci sembra il terreno più scavato e naturale di Luciano Piani, questo artista dimostra di padroneggiare validamente il colore, facendo esperienza della grande tradizione del colorismo veneto. C’è una apparente contraddizione, dicevamo, tra i colori e le linee di queste figure e le drammatiche o grottesche immagini della grafica di questo artista veneto:  parrebbe trattarsi di momenti di sensualità fantastica, di pause di riposo. Di evasione. E probabilmente è anche così. Ma se questi momenti di pausa appaiono perfettamente legittimi e naturali, proprio perché l’eccesso di tensione rischierebbe di diventare esasperazione e alienazione, non va dimenticato che questo pittore dimostra la sua disponibilità alla ricerca e al rinnovamento sperimentando varie tecniche, cercando approcci diversi alla realtà. È questo un indice sicuro di vitalità; il che non gli può vietare, allargato il ventaglio delle tecniche e delle esperienze, di ritornare poi maggiormente attrezzato a lavorare con la sa tecnica e sul suo filone più specifico.

L’ultimo “periodo” di Luciano Piani, il più recente, è legato alla sua esperienza di un viaggio in America Latina, nel Guatemala.

Ne ha tratto una serie di disegni dai colori forti, pesanti. Figure di donne, di uomini, di idoli ed immagini di pietra, dove i volti e le figure dei vivi condensano il pietrificato mistero delle immagini di marmo.   Che cosa ha attratto l'artista agordino uscito dalle sue montagne per scoprire, migliaia di chilometri distante, macerie di antichissime civiltà trapassate come quelle dei Maya o degli Incas, o per ritrarre delle figure dei vivi l’inespicabile fascino di chi sembra esprimere nelle piaghe del volto, alla luce degli occhi la testimonianza di passate catastrofi? Già abbiamo tentato di cogliere nella grafica di Piani l’espressione di una civiltà delle montagne che ci pare la sua caratteristica più peculiare. Certo l’uomo vive gli stessi drammi esistenziali e collettivi sotto tutte le latitudini. Ma li vive in ambienti che sono dovunque diversi e, in una certa misura, irripetibili. Così il montanaro ha una sua specificità immediatamente riconoscibile, ed altrettanto l’uomo della pianura, oppure l’uomo del mare. La linea dell’orizzonte che può essere la cresta dei monti o il limite della pianura, o il cielo che si confonde con il mare è anche, in qualche modo, una sorta di linea filosofica che circoscrive i nostri orizzonti, li dilata o li comprime, ci spinge ad uno slancio orizzontale o verticale (senza nessuna accezione metafisica, poiché sempre di desiderio d’esplorazione delle possibilità dell’uomo e della realtà si tratta). Così, pensiamo, c’è qualcosa che accomuna i popoli che vivono tra le montagne di tutta la terra: un senso roccioso dell’esistenza, un senso pietrificato del mistero che viene fuori anche da questi ultimi lavori di Luciano Piani, apparentemente così distanti dai precedenti. Certo bisogna starci attenti; le suggestioni di un iconografia come quella delle civiltà precolombiane sono così forti, così oppressive, che trasferite sulla carta o sulla tela potrebbero presentarsi come freddi stereotipi, come codici astratti di una materia fin troppo inflazionata. Tutto dipende, ancora una volta, dalla carica che l’artista si porta dentro, dalla sua capacità di filtrare le esperienze più distanti bruciando tutte le scorie.

Alla fine vorremmo esprimere a questo artista veneto un suggerimento, o meglio, una nostra attesa: che è quella che gli riesca, a pezzi, a bocconi, a tranci e scorci anche simbolici, a conquistare in qualche modo anche la natura, le cose (che sono sempre un tutt’uno con l’uomo); anche perché, a nostro avviso, egli potrebbe così meglio esprimere quel discorso già a sufficienza messo a fuoco dalla sua pittura, il discorso pittorico che attiene cioè all’ impatto della civiltà montanara con quella tecnologica, consumistica. Ma probabilmente il nostro è solo un desiderio egoistico; di chi più o meno consciamente invidia la bravura dell’ artista, la sua capacità stregonesca di evocare la realtà e vorrebbe riconoscersi in un magari solo in un piccolo elemento di questa bravura. Invece gli artisti, se sono veramente tali, sanno fare a meno dei consigli, e tirano via per la loro strada, magari dipingendo per tutta la vita solo bottiglie, se questo è il loro modo di sentire, di scavare la realtà. Con tanti saluti per i cosiddetti critici.        

     

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