LA MORALE TORMENTATA


Il Luciano Piani è assai garbata e cortese persona. È, altresì, pittore non disimpegnato e complesso: si sposta in libertà di coscienza e di scrittura entro un suo cerchio magico che ha confini precisi nel voler figurare un certo bene contrapposto ad un certo male. Il che permette di credere in una sua morale tormentata e difficile che cerca di penetrare in più profondo che può al di là delle apparenze, appunto, del bello (il bene) e del brutto (il male).

È un gioco niente affatto semplice, è un esercizio non leggero che affronta persino il pericolosi un qualche tipo di sgradevolezza, di confusione o di eccesso espressionistico che, quand’è il caso, si sovrappone alla trama semplificante la quale, sempre, sostiene l’avviarsi del discorso, disegnativo o pittorico che sia, di Piani.

Sarebbe un gioco se si sostenesse su fatti o ricordi intellettualistici (e ve n’è, a partire dai Greci fino alle popolarizzanti alterazioni del nostro Cinquecento e a certe posizioni grafiche del Tiepolo e del Guardi), ma Piani non ti lascia intravedere ricordi o riesumazioni di cotal fatta, se mai li abbia avuti.

Le sue figure, tante o poche che siano, si offrono in libertà colme di un loro trasparente vero, impostate nell’essenziale di una forma che si accentua o “sottolinea” secondo un ritorno di significati omogenei e inevitabili perché prodotti di uno stile personale e, diremo, specifico.  

Gli basta per la sua analisi perfino impietosa del passato che riemerge nel quotidiano con il suo pesante fardello di compromessi, di ambiguità, di certezze banali.

Senza dubbio c’è pericolo di satira o, magari, di caricatura, se non fosse il riscatto permanente di un segno perentorio e dolce insieme, se echeggiasse le risonanze di un mondo naturale che Luciano Piani trasforma in un fatto sostanziale, inevitabile e spesso classico.  

DI GINO BARIOLI